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Il giornale elettronico di Enzo Mansueto [entries|friends|calendar]
enzo_mansueto

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E' ARRIVATO... [21 Jan 2010|06:17pm]
[ mood | satisfied ]




ATTENZIONE: IL LIBRO-CD DI ENZO MANSUETO CON LA ZONA BRAILLE Scassata dentro ARRIVA IN LIBRERIA A FEBBRAIO (FELTRINELLI E ONLINE). MA SOLO PER POCHI, ORA, E' GIA' DISPONIBILE IN ANTEPRIMA E IN OFFERTA LANCIO, SCONTO DEL 30%, INVIANDO SEMPLICEMENTE UNA RICHIESTA VIA EMAIL A dif@edizionidif.it E RICEVENDO IL TUTTO COMODAMENTE A CASA. PAGAMENTO ALLA CONSEGNA.



LA ZONA BRAILLE è il progetto «fonografico» del poeta Enzo Mansueto, nato dalla collaborazione con i musicisti Davide Viterbo (polistrumentista, compositore e produttore) e Angelo Ruggiero (cantautore). Interpretando le possibilità poetiche aperte dalla «nuova oralità» contemporanea - ovvero dall’impatto dei media elettronici sulla comunicazione poetica -, il trio (acquisita la centralità dello studio di registrazione e di post-produzione nelle espressioni musicali dalla seconda metà del XX secolo) ha prodotto alcune tracce sonore intorno alla scrittura poetica di Mansueto.
Utilizzando, in varie combinazioni, strumenti acustici, elettrici e digitali, manipolando la voce, La Zona Braille crea estensioni sonore parassitarie del testo scritto, il quale, eseguito, detta ritmi interni e timbri, oltre che suggestioni a programma, mutando il testo in una nube elettroacustica nella quale lo scritto stesso, memorizzato, si eclissa.



Non si tratta di poesia recitata, né di canzone: alla chimera della dizione interpretativa e agli schemi della song, si predilige la patina di una voce sporca, manipolata, imperfetta, scorporata col mezzo elettrico e ritessuta in una trama organica di suoni. Il testo scritto assume per l’ascoltatore la funzione operistica di libretto, da mandare a memoria, o da seguire come bussola, prima di perdersi, ad alto volume, nella selva-suono del disco.



Le atmosfere sono suggestionate dal mondo poetico di Mansueto, da componimenti spesso costretti in forme metriche chiuse – sonetti, sestine, strofe saffiche –, risonanti nella memoria del canone a dominanza endecasillabica, che animano una umanità alienata, gettata in un orizzonte esistenziale votato all’assurdo e alla desolazione. Scenari di catastrofe post-tecnologica fanno da sfondo a intimità violate e attonite. Una poetica espressionista, agghiacciante e neomanierista, che si è perfezionata in quasi trent’anni di attività di scrittura, dai testi musicali alla pagina scritta.



Le soluzioni sonore volta a volta adottate da La Zona Braille spaziano dalla produzione elettronica concreta – tappeti digitali, effettistica che invade la voce, scenari sintetici –, alle sonorità elettriche di chitarre e tastiere, con laceranti accordi post-rock, a composizioni acustiche con violoncello, chitarre e accordéon, che straniano le origini mediterranee del trio.



Scassata dentro è il primo libro/cd de La Zona Braille e comprende tracce che accorpano testi di diversa provenienza, cronologicamente e per ispirazione, aggregati in flussi, cluster semantici, che trasgrediscono l’ordine tipografico originario. Ai componimenti tratti dalla raccolta Ultracorpi, concepiti già in fase di scrittura per una esecuzione multimediale, si affiancano versi della prima stagione poetica di Mansueto, nonché novità inedite o non ancora raccolte in volume. La sequenza di tracce compone un concept che risemantizza, in vita nuova, i testi assemblati.




La Zona Braille è il titolo di un progetto (l’evidente rinvio alla cecità, ne esalta la proiezione nella zona d’ombra dell’acustico), che prevede estensioni modulari per altri canali mediatici. La Zona Braille si è mostrata per la prima volta in pubblico nel dicembre 2006, a Bari, nell’ambito del festival internazionale Le voci dell’anima.



Sotto tale sigla operano:



Enzo Mansueto (Bari 1965), poeta, critico letterario e musicale, saggista, insegnante ha pubblicato le raccolte poetiche Descrizione di una battaglia (Scheiwiller 1995) e Ultracorpi (Edizioni d’if 2006). Nel 1980 fondò, con Davide Viterbo, la band post-punk The Skizo. Opera attivamente e pubblicamente in ambito poetico dalla metà degli anni Ottanta.



Davide Viterbo (Bari 1963) compositore, polistrumentista (diplomato in violoncello), produttore, fonico ha composto l’opera Distant City, presentata, con la partecipazione di René Aubry, al festival Time Zones. Fondatore, nel 1980, della band post-punk The Skizo, ha collaborato con innumerevoli musicisti e artisti, da Walter Pagliaro a Moni Ovadia, da Nicola Conte ai Radiodervish, da Benito Lertxundi a Gabin Dabiré.



Angelo Ruggiero (Bari 1961), cantautore e filosofo, ha vinto nel 1991 la II edizione del Premio Città di Recanati – Musicultura. Protagonista della scena new wave barese nei primi anni Ottanta, con band come Vox Rei e Circo Braille, ha pubblicato gli album Regina dei gatti (Musicultura – Bmg 1993) e L’amore che non si può dire (Sottosuono 2005).

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SPOLVERARE DI TANTO IN TANTO [27 Feb 2009|02:47pm]
Affezionati lettori di questo blog,
sì lo so, è un po' che vi trascuro.
La mia controparte organica è ormai talmente disseminata in profili digitali che stenta ad alimentarli tutti con la continuità necessaria. E bit e bit di polvere vi si depositano.
Prometto (?!) sarò più solerte.

Intanto, visto che ci sono, vi invito domenica 1 marzo, alle 18.30, al Castello Normanno Svevo di Sannicandro, per una conversazione in pubblico con Alessandro Leogrande intorno ai temi sollecitati dal suo libro Uomini e caporali (Mondadori).

A presto.
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ich gehe nach Berlin [23 Dec 2008|08:47am]
[ mood | excited ]



buon natale e buon 2009 da berlino...

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ULTRACORPI on X-mas sale! [25 Nov 2008|08:38pm]
Vi segnalo che in questi giorni su IBS potete acquistare i miei ULTRACORPI a prezzo specialissimo e in disponibilità 24 ore!
Inoltre, tutti i libri dell'anno 2008 sono scontati del 20% e se spendete almeno 39 euro, la spedizione è gratuita!
Altro che code e libri non disponibili in libreria!
Io ho fatto incetta... e ficcateci dentro, magari come piccola strenna, gli invasivi ultracorpini!

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la Bari di Carofiglio [11 Nov 2008|02:55pm]
[ mood | disappointed ]



Nel 2003, lo scrittore barese Nicola Lagioia pubblicava il racconto Dieci anni, nell’antologia Patrie impure, curata da Benedetta Centovalli per Rizzoli. In esso, il trentenne protagonista, con ampi tratti dell’autore, rientrava a Bari, la sua città, dopo appunto dieci anni, per riprendersi da un esaurimento nervoso. In compagnia della sorella più piccola, ripercorreva dunque i luoghi della memoria personale e collettiva, notando le mutazioni intercorse, sovrapponendo agli spazi reali gli spettri interiori. Emergevano così il vecchio Liceo, la Bari Vecchia prima e dopo «movida», il Petruzzelli bruciato, Punta Perotti, i locali alternativi, certi quartieri malfamati resi oggi più frequentabili…
La bella prosa riapparve un paio di anni fa in uno degli esperimenti più interessanti della collana Contromano di Laterza, il volume intitolato Periferie. In quella stessa collana esce ora la «guida d’autore» alla città di Bari firmata da Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove (Laterza, Bari 2008, pp. 166, euro 10). Un testo che ripropone, mutatis mutandis, lo schema del racconto da cui siamo partiti innestandolo sul luogo comune del «tutto in una notte»: in occasione del breve rientro a Bari di uno di loro, trasferitosi negli Stati Uniti anni prima, un terzetto di vecchi compagni di scuola e università, più che quarantenni, persisi di vista da oltre vent’anni, si ritrova per una scorribanda nella Bari di notte.
Il protagonista narrante, ampiamente coincidente con l’autore, ripercorre dunque i luoghi della memoria, personale e generazionale, sovrapponendo alla città presente gli spettri della memoria. Emergono così il vecchio Liceo, la Bari Vecchia prima e dopo «movida», il Petruzzelli bruciato, Punta Perotti, i locali alternativi, certi quartieri malfamati resi oggi più frequentabili e altro ancora. Ed emerge pure una puntuale coincidenza col racconto di Lagioia: la presenza di un losco figuro, detto «lo Sghigno», per via di un incisivo mancante… sarà che la città è piccola!
Carofiglio, come da consegne, riempie di sé queste pagine su Bari. E non lo fa tanto in qualità di scrittore di genere – poiché il marchio thriller si esaurisce in una certa insistenza ridondante sugli aspetti notturni, una latente inquietudine, un disagio, soffocamento, angoscia fastidiosamente espressi a più riprese dal protagonista –, quanto piuttosto di uomo pubblico, che elargisce confidenze autobiografiche alla massa di lettori. Veniamo così a conoscere nei dettagli, funzioni intestinali comprese, la storia di Randy, il cane dell’artista da giovane.
Il passato dei luoghi prevale sulle indicazioni presenti, che, nonostante l’indiretta funzione di guida del testo, appaiono piuttosto sommarie e prevedibili, raccolte in elencazioni – i cibi, le strade, i cinema, i locali, le discoteche, le librerie – non sempre esplicate, indirizzate in effetti al riconoscimento di chi già conosce Bari (indoviniamo che il libro sia destinato piuttosto ai baresi, che ai forestieri). L’atmosfera da «amarcord», o meglio da «grande freddo», dicevamo, domina, in pagine dove il Carofiglio narratore dà il meglio di sé, metabolizzando ricerche da Google su curiosità baresi (proprio come fa il barese «americano» nel romanzo), nonché evidenti prelievi da altre scritture (nell’espressione «l’Adriatico a destra», per orientare lo sguardo del barese, per esempio, cogliamo un calco del felice titolo di Marco Milella, L’Adriatico sulla destra).
Insomma di romanzo si tratterebbe, a lavoro compiuto. E non il meglio riuscito dell’autore, proprio per l’incertezza dell’approdo ultimo, oscillante tra saggio e narrazione, non esauriente in quanto saggio, non convincente in quanto narrazione. Probabilmente prodotto a margine dei molteplici impegni, anche istituzionali, dell’autore. Più profonda, davvero, la Bari in filigrana dei primi due romanzi.
Tra gli spunti migliori, le riflessioni del protagonista sulla città riletta attraverso il display del navigatore satellitare: si apre in quel modo una dimensione parallela (nelle pagine sulle aree industriali abbandonate nei dintorni del vecchio stadio, non a caso si fa il nome di Philip Dick), il virtuale svela pieghe inaudite del reale (in un passaggio cruciale, Carofiglio cita Alfred Korzybski, l’astruso fondatore della Sematica Generale: «la mappa non è il territorio»). Un approccio «psicogeografico» che ci sarebbe piaciuto fosse stato sviluppato compiutamente, sulle tracce minori e occulte di una città, tutta ancora da narrare, la cui sensorialità non può essere ridotta in ultimo all’addomesticante profumo della focaccia.
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secondo romanzo D'Attis [18 Oct 2008|10:00am]
[ mood | pensive ]



Il secondo romanzo di Nino G. D’Attis, Mostri per le masse (Marsilio, Venezia 2008, pp. 240, euro 16) conferma il talento del debutto e posiziona l’autore tra le nuove voci narrative più interessanti. Il percepibile lavorìo sul linguaggio, il ritmo della prosa, la sofisticazione del montaggio narrativo, che sembra competere con l’hi-tech della postproduzione, ci consegnano opere di indubbia curiosità formale. Con una inclinazione, discontinua, verso l’espressione di un mood, piuttosto che di un intreccio.
Non è di lettura piana. Proposto come un prodotto di genere (è in una collana di gialli), i clichè, pur presenti, non guidano il lettore, chiamato ad una laboriosa «interattività» col testo, il quale funziona, e anche rapido e veloce, solo a patto che il ricevente produca, allucinato, le connessioni necessarie a dar senso all’insieme, con cortocircuitazioni liriche e concessioni all’ammiccamento, alla citazione, alla emulazione dell’intertestualità elettronica, che divengono essi stessi prioritaria e invasiva sostanza narrativa.
Il romanzo muove dall’indagine intorno a un assassinio immancabilmente «efferato». E qui siamo nello stampo, appunto. L’ispettore Graziano Vignola rinviene, intorno al cadavere della studentessa ammazzata con violenza inaudita, le tracce di un disegno cupo e sconcertante. Sullo sfondo, nell’anno di grazia 2005, gli ultimi giorni di Karol Wojtyla, il drappo di un lutto universale su una Roma al collasso, torbida, violenta. Forse, c’entrano le sette sataniche. Oppure, il Male è quello che si compone, mano mano che le pagine scorrono, per schegge di memoria, frullate sulla pagina tra il flusso soggettivo della voce narrante, in prima persona, e i frammenti della collettività: cronaca e delirio. In questo assemblage di materiali eterogenei, in questo artato automatismo – il cut-up di William Burroughs nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica –, si manifesta il carattere dominante della scrittura di D’Attis.
Un manierismo che prende sì le distanze dai tanti concilianti realismi intimi o collettivi così in voga, ma che infondo risulta esso stesso non insensibile ad altra voga piuttosto diffusa, se pure elitaria (ma la letteratura, in Italia, è un affare di chiesette per pochi), di una narrativa capace di collegare – complicissima la facilità operativa consentita da internet – minuziosi reperti effimeri e sottoculturali (i trivia delle appendici wikipediane), playlist e cronologie, con abiti modernisti, comprati ai saldi joyciani, ponendosi così al riparo dall’orrendo peccato di… scrivere un romanzo.
La direzione di D’Attis ci piace, ma ci piacerebbe ancor più se fosse slegata dai residui stilemi di un parasperimentalismo piuttosto pop, nella pelle e nella circuitazione. E, a margine, non possiamo fare a meno di esprimere una valutazione più ampia su quella che è in verità una impasse critica ed editoriale, derivata da una contrapposizione, piuttosto strumentale, tra formule inconsistenti. Si pensi ai termini manichei coi quali il pur acuto critico Andrea Cortellessa, direttore della collana Fuori Formato per Le Lettere, ha liquidato l’ultimo Tommaso Pincio: «forse è il caso di prendere atto che il romanzo-romanzo non è il suo mestiere. D'altra parte, a costo di ripetersi, non è più il mestiere di nessuno». Insomma, bisogna assolutamente essere mostri: ma per le masse.
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presentazione Tommaso Pincio [13 Oct 2008|08:09pm]
[ mood | quixotic ]



Mercoledì 15 ottobre alle 18.30
alla Feltrinelli Libri & Musica di Bari
presento con Tommaso Pincio
il suo nuovo romanzo
Cinacittà.
Poi si va tutti quanti assieme a bere, spilucchiare e chiacchierare
a Citofonare Interno 8...
Vi aspetto.
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Ancora reportage... [10 Oct 2008|02:59am]
[ mood | bored ]



Quando, nel 1982, il compianto Enzo Siciliano firmò l’editoriale per il primo numero della terza serie della rivista «Nuovi Argomenti», si auspicava – anticipando, con la consueta sensibilità, evoluzioni narrative dei decenni successivi – di: «costringere gli scrittori ad occuparsi di quei fatti che assediano da vicino l’esistenza quotidiana, e che ci appaiono indecifrabili, lugubremente enigmatici».
Negli ultimi anni, intorno alla stessa storica rivista mondadoriana, si sono formate scritture della realtà in grado oggi di rivolgersi a un pubblico più ampio. Emblematico il caso di Roberto Saviano e, di conseguenza, la fortuna in libreria del reportage narrativo su fenomeni di cronaca scottante. Tanta narrativa nazionale tematizza così le problematiche vicine e ricorrenti della nostra quotidianità, a tal punto da configurare veri e propri sottogeneri, quali la letteratura del «precariato» o quella della «periferia» o dei «non-luogi», etc. E ovvio che, qui, ragioni di poetica e di opportunismo editoriale si confondono, ma resta ferma l’entità significativa del fenomeno.
Tra gli esponenti più accreditati di questo nuovo corso di scrittori, il pugliese Mario Desiati, al centro della promozione culturale in questi giorni col suo terzo romanzo, Il paese delle spose infelici (Mondadori), che offre appunto uno spaccato, dalla provincia, della Taranto degli anni Ottanta, con la implicita intenzione, attraverso il racconto di un’avvincente storia adolescenziale, di mostrare il dispiegarsi nel tempo di un male che ha reso oggi il capoluogo ionico paradigmatico, soprattutto in negativo, della realtà italiana.
Spostatosi a Roma, da Martina Franca, e guadagnatosi la stima di Enzo Siciliano e Dacia Maraini, tra gli altri, Desiati occupa da un po’ di tempo un ruolo strategico all’interno della redazione di «Nuovi Argomenti» e di un milieu letterario ad essa contiguo, facendosi apprezzare dunque al di là della pagina scritta dei suoi stessi romanzi. Ne è prova questo fresco volume antologico, A occhi aperti, curato appunto da Mario Desiati, insieme a Federica Manzon, che raccoglie narrazioni di autori nati dopo il 1970, pubblicate negli ultimi cinque anni della rivista, a cominciare da quel numero monografico intitolato Italville, di cui ci siamo ampiamente occupati a suo tempo, il quale, accanto a simili operazioni editoriali, promuoveva appunto l’indagine letteraria della realtà circostante.
Scorrendo i dodici contributi di questo volume, ordinati cronologicamente e tra i quali spiccano le firme di Roberto Saviano, Alessandro Piperno e Leonardo Colombati, assistiamo appunto al farsi variegato di una lingua del racconto che si piega al «linguaggio della verità», attraversando i gradi che separano il resoconto cronachistico e il puro racconto di finzione. Sono racconti che narrano di Trieste ed ex-Jugoslavia, di Camorra e Sacra Corona Unita, di allevamenti intensivi di maiali e di Ospedali Psichiatrici Giudiziari, di finanziamenti rateali insoluti e di insegnanti in classi difficili, racconti che, insomma, come scrivono i curatori, mostrano: «un’inclinazione a puntare lo sguardo su quei luoghi indecifrabili dell’esistenza dove vi è la possibilità di rintracciare un’incrinatura del reale, il punto di svolta che fa avvertire la vertigine dei percorsi compiuti».
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Secondo romanzo di Eva Clesis [04 Oct 2008|11:19am]
[ mood | thoughtful ]

eva clesis


Nel romanzo precedente, quello d’esordio, improvvidamente intitolato A cena con Lolita, Eva Clesis pareva corteggiare il lettore del genere «confessione erotica adolescenziale», così appetito da minute case editrici dopo il boom delle scrittrici deflorate e spazzolate. Pareva: poiché in sostanza la sua era piuttosto una storia sulla latitanza morale del maschio e sul vuoto ipocrita dell’istituzione famigliare, scandagliati attraverso l’esperienza sessuale degradante, verso la bulimia e la prostituzione, di una ragazzina.
Schema canonico, stilizzato, da romanzo d’educazione sentimentale: variante fortunata e pruriginosa di quel romanzo di formazione immarcescibile che impalca, come in tanti titoli in libreria, la superficie narrativa della seconda prova narrativa della Clesis.
Il nuovo romanzo, Guardrail (Las Vegas Edizioni, Torino 2008, pp. 160, euro 10), infatti, è schematicamente esemplare sin dalla trama: Alice (nome che la protagonista adotta da bambina, complice un inseparabile libro da colorare, per sostituire quel marchio d’origine che era Assunzione Maria Addolorata) è figlia di un papà della provincia tarantina e di mamma inglese. La coppia, inaffidabile e scanzonatamente dedita all’alcol, migra ad Asti. Quindi, e Alice ha solo sette anni, perisce in un incidente stradale. L’evento segna lo spartiacque tra il prima e il dopo che determina l’esperienza del personaggio, nonché il debole sviluppo del romanzo. I servizi sociali rispediscono la piccola nel paese di Montemesola, presso l’arcigna nonna paterna, insopportabile maestra in pensione. Questa la prima parte del romanzo: l’asfittica vita nella peggiore provincia pugliese, le amicizie, le delusioni. E allora, è ovvio, l’idea di fuga, verso l’Inghilterra, alla ricerca di quei mai conosciuti nonni materni. Proposito che, complice l’arrivo in regione delle compagnie aeree low cost, Alice cercherà di attuare attorno ai sedici anni e che muove la seconda parte, on the road (ma è solo un’illusione), del romanzo, con finalino (quasi) a sorpresa.
Gli elementi realistici, vagamente sociologici – le amichette fighette, il lavoro al nero, le devianze adolescenziali, la misera quotidianità di una pensionata, l’affresco di vita meridionale, etc. –, appaiono alquanto edulcorati e soccombono ad un impianto che rammenta piuttosto la fiaba per ragazzi cresciuti, con tanto di morale finale, a modo suo consolatoria. Ma se così abbozzata si presenta la tessitura della trama, più mossa ed efficace – soprattutto nella caratterizzazione della protagonista – è la scrittura, particolarmente in quelle lacerazioni del mieloso tono fiabesco, lì dove emerge il dettaglio crudele e disturbante.
Ecco, leggendo Eva Clesis in queste due prime prove, e riconoscendole una discreta dotazione narrativa, un difetto che sicuramente le rimproveriamo è la mancanza di coraggio nella estremizzazione di un rapporto con quella materia disturbante – l’invasione del Reale – che invece rimane al di qua di una patinatura conciliante e prevedibile. Si provi ora a rileggere, per intenderci, e per restare in una letteratura tutto sommato facile alla lettura, Voglio guardare di Diego De Silva o anche Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci.

Eva Clesis (pseudonimo; Bari 1980) ha esordito col romanzo A cena con Lolita (Pendragon 2005). Ha pubblicato diversi racconti su blog e antologie. Grafica free-lance, con esperienze a Roma e Parigi, collabora con la rivista di fumetti Mono (ed. Tunué). Guardrail è il suo secondo romanzo.
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MTV al Liceo Artistico di Bari [29 Sep 2008|11:06am]
[ mood | working ]

Su MTV Italia, da oggi, lunedì 29 settembre a venerdì 3 ottobre, ogni giorno alle 14.30 e, in replica, alle 19.00, andranno in onda le puntate del nuovo format MTV Confidential girate presso il Liceo Artistico Statale «G. De Nittis» di Bari con i miei pupils.

STAY TUNED!

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new MOGWAI song... [11 Aug 2008|07:57pm]
[ mood | energetic ]

Batcat
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AFROFUTURISMO... [06 Aug 2008|01:53pm]
[ mood | hot ]




Chi lo avrebbe mai detto che, per rintracciare le radici di quella cosa che oggi chiamiamo «discoteca» – non solo luogo, ma spazio psicosociale di espressione di stili di vita alternativi –, bisognasse risalire sino ai tempi dell’occupazione nazista dell’Europa? Eppure è proprio così, secondo Claudia Attimonelli, giovane ricercatrice barese, che manda in libreria in questi giorni il suo interessante studio sociosemiotico Techno: ritmi afrofuturisti (Meltemi, Roma 2008, pp. 240, euro 20).
«L’antecedente che incarna la maggior parte dei tratti distintivi del mondo disco è rintracciabile ai tempi del Terzo Reich in una fascia di giovani alternativi tedeschi che, mentre Hitler fondava la Hitlerjugend, si costituì nello Swing Jugend. Si trattava di ragazze e ragazzi – scrive la Attimonelli – non propriamente organizzati in un movimento, ma accomunati dalla passione per lo swing e per i ritmi vietati del jazz, che ascoltavano ad alto volume da grammofoni sistemati in locali scovati all’ultimo per feste clandestine dove il divertimento era lo sfrenarsi a ritmo di musica».
Il fenomeno “degenerato” fu ovviamente represso dal regime nazista, soprattutto all’atto dell’invasione di Parigi, nel 1940, capitale pullulante di ritrovi sotterranei per la vita notturna. E proprio qui si scoprirebbe, in analogia col termine «bibliothéque», l’origine stessa del termine generico «discoteca», derivante dal nome del locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque.
Il testo di Claudia Attimonelli – nato in ambito universitario, ma estremamente appassionante per qualsiasi lettore abbia una qualche curiosità per l’analisi dei fenomeni musicali connessi agli stili di vita – è ricco di tracce e illuminazioni, suggestive, quando non filologiche. Sulla scia di scritti fondamentali, come quelli di Peter Shapiro intorno all’esplosione della febbre della disco nella turbolenta New York dei primi anni Settanta, si tenta qui non solo di elevare a oggetto di studio «colto» un fenomeno apparentemente effimero, come appunto la disco music, ma di esaltarne le motivazioni «politiche» profonde. Ci dice la studiosa, rispondendo a questa osservazione: «In effetti la disco, ritenuta luogo per effeminati, idioti e fighetti è, al contrario, nata come avamposto sovversivo e underground, dove finalmente le donne, i neri e i gay e chiunque altro, potevano recarsi e sentirsi liberi di esprimersi e sperimentare ogni cosa, dalle pratiche musicali all’abbigliamento, dalla sessualità al gender».
Al centro del libro, la bizzarra categoria dell’«afrofuturismo», con la quale si tenta di definire una composita galassia di fenomeni che accomuna, in una sorta di psicogeografia danzante, disparate espressioni sotterranee, quali la disco di New York, la house di Chicago, la techno di Detroit, la acid house britannica e tanto tanto altro, con intersezioni col punk, la fantascienza «black», i Kraftwerk, e con nobilitanti genealogie, dai sottosuoli di Dostevskij al rumorismo futurista di Luigi Russolo.
Ma come è nato l’interesse per questo concetto? «Quando dieci anni fa m’imbattei nel termine afrofuturismo senza conoscerne il significato – ci risponde la ricercatrice –, fu l’afro a colpire la mia attenzione più del futurismo, dunque fantasticavo su una blackness futurista piuttosto che su di un futurismo di matrice afro; pensate ad un’iconografia fatta di divinità egizie, spiritualità vuduista, antiche profezie di pericolose creature anfibie del quindicesimo secolo, robot acquatici con il corpo ricoperto di squame: cupa ironia applicata alla vena dark della tecnologia. Sono afrofuturisti, ad esempio, Busta Rhymes e Drexciya, le opere di Basquiat, i videoclip di Hype Williams, Sun Ra, i costumi di Afrika Bambaataa, le copertine dei vinili del collettivo UR disegnate da Abdul HAQQ. L’afrofuturismo, codificato all’inizio degli anni ’90 dai protagonisti e dai teorici della diaspora afroamericana, parte dall’omologia tra schiavo, alieno e robot e dall’esclusione dei neri dal discorso sul futuro e sullo sviluppo tecnologico, pertanto fa riferimento a culture nere metropolitane che si muovono fra cinema, letteratura fantascientifica, musica e grafica».
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BIAGIO DAVIDE DORA 1992 [02 Aug 2008|05:14pm]
[ mood | nostalgic ]

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IL GENIO salentino [19 Jul 2008|01:31pm]
[ mood | bitchy ]




Sbocciato in primavera, l’omonimo album di esordio del duo leccese Il Genio va raccogliendo in questi giorni estivi, grazie al tam tam sulla rete e ad una serrata serie di live, gli apprezzamenti che lo confermano come una delle più fresche uscite del pop nazionale. Un risultato all’altezza delle aspettative, se si considera che il cd inaugura un nuovo marchio della Cramps, storica etichetta dell’avanguardia italiana.
Il duo, Alessandra Contini (voce e basso) e l’ex-Studiodavoli Gianluca De Rubertis (voce, chitarra e tastiere), propone canzoncine scaltramente ispirate ad atmosfere Sixties francesi, in chiave elettropop. Una formula che, sulla carta, può apparire abusata e facile, ma che qui si avvale di un approccio ironico e “colto”, educato da una pratica evidentemente appassionata ed esperta di archeologia del modernariato.
Il distanziamento ironico dai materiali subculturali ipercitati (lo yé-yé, i B-movies, il «french touch», la cover in chiave nouvelle vague…) è il punto di forza dell’operazione, che infatti sta in piedi, e bene, proprio lì dove più si avverte il gesto da divertissement serissimamente faceto. La voce finto ingenua, da avatar-lolita, di Alessandra, seduce, e ricama alla perfezione le melodie armonizzate da Gianluca De Rubertis, in un arredamento sonoro curato, tra vintage e postpop, ai limiti della maniera.
Il tormentone infantile e osé di Pop Porno e le scettiche argomentazioni testuali di Non è possibile, fanno di queste le tracce portanti dell’album. L’ironia, un po’ forzosa, segue nelle ticchettanti maliziosità di L’Applique o nei beat shakerati di A questo punto. C’è spazio anche per nostalgie sentimentali, come in Fortuna è sera, dove, la voce grave dello chanonnier Gianluca rimanda al lato ombroso dei sixties, pur tra exotismi da colonna sonora vacanziera. Il citazionismo dilaga in La Pathètique, parafrasi gainsbourgiana sul tema beethoveniano, e nella cover pedissequa di Una giapponese a Roma di Kahimi Karie.
Buon esordio, se non per una certa uniformità, che avrebbe tratto giovamento da voci o strumenti ospiti, a variare la miscela di base.

Il Genio, Il Genio (Disastro Records/Self 2008)
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BIENNALE LETTERATURE - agenda [23 May 2008|11:23am]


Oggi alle 17.00, nel padiglione delle letterature, incontro con i docenti e i ricercatori del GREC, tra i quali i proff. Majorano e Jacquet, per un dibattito sulle NUOVISSIME TENDENZE INTERNAZIONALI DELLA SCRITTURA, dalle banlieues parigine alla rete. Vi aspetto.
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BIENNALE - PUGLIA 2008 [19 May 2008|07:09pm]
INAUGURAZIONE IL 22 MAGGIO

BIENNALE GIOVANI ARTISTI DELL''EUROPA E DEL MEDITERRANEO 2008

20 anni fa a Bologna 1988 ero selezionato per la sezione letteratura...
20 anni dopo a Bari 2008 sono il direttore artistico della sezione letteratura...
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DAI CANCELLI D'ACCIAIO [21 Apr 2008|07:48pm]
[ mood | anxious ]

L'autore e i lettori stretti in una comunità interagente.

Un modo per contrastare la schiacciante industria editoriale e tornare ad essere ricettori attivi.

Il grande Gabriele Frasca (ri)lancia, da maggio, il romanzo su abbonamento (cartaceo e mp3).

Informati QUI.

Vi consiglio dalla stessa pagina web di ascoltare il contributo audio...
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[15 Apr 2008|07:08pm]
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[15 Apr 2008|07:04pm]
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LA ZONA BRAILLE [12 Mar 2008|11:28am]


Uno scompartimento. Pochi posti.
I sacchi, le provviste,
tutto quello che resta per il viaggio
che resta - ancora, costi quel che costi.
La vista al finestrino del paesaggio
impercepita muta.
Foschia. A tratti la costa scompare.
Scompare pure il resto del miraggio
nell'ennesima galleria,
dopo l'ennesimo controllore
che ricontrolla ancora i controllati.
All'improvviso (muta
fino a un attimo fa) furiosamente
sparla la gente, imbestiata, sfinita.
Poche parole dopo finalmente: la stazione.

(Enzo Mansueto, «Lo scompartimento» in Descrizione di una battaglia, Scheiwiller 1995)
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